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La politica di coesione ha origine nel Trattato di Roma del 1957. In quel testo, i sei Stati (Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) firmatari dei trattati che istituivano la Comunità economica europea e l'Euratom sottolinearono l'esigenza "di rafforzare l'unità delle loro economie e di assicurare lo sviluppo armonioso riducendo le disparità fra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite".

A partire dal 1958 vennero quindi istituiti il Fondo sociale europeo (Fse), il Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (Feaog) e, nel 1975, il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr). Sarà poi l'Atto unico europeo del 1986 a parlare di una vera politica di coesione per riequilibrare gli effetti del mercato unico nel sud Europa e nei paesi più svantaggiati.

Il Consiglio europeo di Bruxelles, nel febbraio 1998, riformerà il funzionamento dei Fondi di solidarietà che verranno denominati Fondi strutturali. Infine, il Trattato sull'Unione europea, in vigore dal 1993, ha inserito la politica di coesione tra gli obiettivi fondamentali del processo di integrazione economica europea, insieme all'unione economica e monetaria e al mercato unico.

La politica di coesione si basa sul cofinanziamento nazionale o regionale. Si tratta di un sistema che induce gli Stati membri a mantenere il loro impegno di investimento e di crescita anche in periodi di recessione. Inoltre, gli interventi finanziari dell'Unione sono sempre in aggiunta alla ordinaria spesa pubblica degli Stati, secondo il principio dell'addizionalità.

I Fondi europei non hanno quindi lo scopo di consentire agli Stati di risparmiare sui rispettivi bilanci nazionali rimanendo essi i responsabili dello sviluppo delle loro zone in difficoltà.

La politica di coesione contribuisce così all'integrazione europea, perché consente di lanciare progetti d'interesse comunitario, oltre i limiti di frontiera. Progetti che favoriscono gli effetti positivi del grande mercato interno e garantiscono uno sviluppo equilibrato nel territorio dell'Unione.

Dopo i Consigli europei di Lisbona e di Goteborg, la politica di coesione si è concentrata sui fattori di crescita e competitività individuati in quelle sedi, finanziando progetti per creare posti di lavoro e migliorare la qualità della vita e dell'ambiente. Il modello europeo di società prospettato è conforme ai valori della solidarietà: la politica di coesione non trasferisce risorse per aumentare i consumi ma per rafforzare i fattori di crescita economica delle regioni dell'Unione.

Gli obiettivi principali sono l’occupazione, l’ambiente, le reti transeuropee, la ricerca, la società basata sulla conoscenza.

Attualmente la politica di coesione è l'unico strumento che consente agli Stati europei, alle regioni e ai partner socioeconomici di programmare il loro sviluppo su un lungo periodo. Grazie alla programmazione settennale, gli Stati e le regioni dispongono di un quadro finanziario pluriennale e stabile. Riducendo le disparità e aiutando le regioni, la politica di coesione agisce come fattore di attrazione e motore dello sviluppo globale.

La coesione economica e sociale è da molti anni uno degli obiettivi prioritari dell’Unione europea; infatti una parte consistente del bilancio comunitario è riservato agli aiuti per le regioni più svantaggiate, con risultati concreti.

Secondo i dati della Commissione europea, diffusi nella Quarta relazione sulla coesione economica e sociale “Growing Regions, Growing Europe” (30 maggio 2007), la politica di coesione ha favorito la crescita del Pil del 2,8 per cento in Grecia e del 2,0 per cento in Portogallo nel periodo 2000-2006. Stime preliminari ipotizzano inoltre che nel periodo di programmazione 2007- 2013, tale politica contribuirà ad aumentare il Pil della Lituania, della Lettonia e della Repubblica ceca approssimativamente dell’8,5 per cento e della Polonia del 5,5 per cento.

Per il periodo 2007-2013 alla politica di coesione è stato dedicato il 35,7 per cento dell'intero bilancio dell'Unione europea: oltre 347 miliardi di euro, di cui 278 destinati ai Fondi strutturali e 70 al Fondo di coesione. Una cifra che costituisce la seconda voce di spesa comunitaria, messa a disposizione delle regioni che in questi anni devono affrontare nuove e pressanti sfide, derivate dall’allargamento dell’Ue, dal calo demografico, dalla forte concorrenza dei mercati su scala mondiale, dal rincaro dei prezzi dell’energia, dai cambiamenti climatici.

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